Lug 26, 2008
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E i rockettari intonano l’inno

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E il popolo del rock cantò «Fratelli d’Italia». Proprio l’inno di Mameli. Nientemeno. Non un coro da stadio, ma sparuti drappelli. Qua e là, gruppi ridotti di giovani dentro il mare colorato dei quindicimila che hanno assistito l’altra sera nell’Arena della Fiera il live, tutto cuore, energia e sudore di Luciano Ligabue. Piccoli cori spontanei, non a squarciagola, ma in tono quasi sussurrato. Quasi fosse un lamento. Circondati dall’affetto complice anche di chi non cantava. Non un evento preordinato o suggerito da una nota.

E nemmeno sollecitato da qualche effetto speciale, come talvolta avviene nei concerti di musica rock, ma una specie di moto spontaneo giunto alla fine di un concerto che ha avuto momenti forti come lo scorrere nel megaschermo dei primi dodici articoli della nostra Costituzione. Qualcosa mai accaduta prima negli altri concerti tenuti in giro per l’Italia, riconosceva poi lo stesso rocker di Correggio commentando con una punta di soddisfatta sorpresa l’avvenimento. Un avvenimento che sembra avere il sapore dell’eccezionalità nel momento in cui l’inno nazionale, dopo il gestaccio del ministro capo della Lega, è tornato al centro dell’attenzione politica.

Eppure quel canto dell’altra sera alla Fiera, venuto su spontaneamente dentro una folla composita, dove tra le fascette colorate e i cappellini spuntavano a decine anche le bandiere dei Quattro Mori, sembrava avere piuttosto il significato di un misto di amarezza e indignazione civile, di rabbia, persino. Mentre il Liga nazionale in solitario intonava l’ultima ballata d’addio al pubblico, «Buonanotte all’Italia», alle sue spalle immagini che stringevano il cuore, alcune esaltanti altre dolorose. Un lungo flashback in bianco e nero che, attraverso i volti conosciuti di personaggi, di uomini e donne, proponeva il puzzle composito del Belpaese nei suoi ultimi cinquanta anni. Dal giorno del referendum con l’inquadratura in primo piano della pagina dell’«Unità» che annuncia la vittoria dei sì alla repubblica nel referendum del 1946 al primo boom economico degli anni sessanta: le vespe e le lambrette, le Fiat Cinquecento e i primi grattacieli. Le lotte degli anni settanta e le immagini delle stragi, da quella di piazza Fontana di Milano alla stazione di Bologna che scorrevano in un silenzio assordante del pubblico.

E poi i volti degli artisti. Quelli degli attori comici Totò e Peppino de Filippo salutati con un caldo applauso come quelli di Alberto Sordi e Fabrizio De Andrè. E poi gli eroi. Quelli del calcio e della giustizia. Un vero boato per gli azzurri, con Cannavaro che solleva la Coppa e, subito dopo, un lungo, lunghissimo applauso per i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino uccisi barbaramente dalla mafia.
Una selva di immagini in bianco e nero mostrate senza un vero e proprio montaggio, casualmente, una dietro l’altra come un album di famiglia da sfogliare fino all’ultimissima fotografia ritraente un palazzo di una qualsiasi città italiana con tante finestre e altrettante bandiere della pace che d’improvviso si colorano d’arcobaleno, proprio nel momento in cui il Liga canta l’ultima strofa. «Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore/ e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere/ e la guarda distratto come fosse una moglie come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie/ e una stella fa luce senza troppi perchè/ ti costringe a vedere tutto quello che c’è/ Buonanotte all’Italia che si fa o si muore/ o si passa la notte a volersela fare…».
È a questo punto che prima un gruppo, poi un altro, inizia ad intonare lentamente «Fratelli d’Italia».

Fonte: http://espresso.repubblica.it

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